27 luglio 2017 : la mia attesa, il tuo silenzio

luglio 27, 2017

Lettera ad un figlio mai tornato

Caro Davide, ti comunico qualcosa che tu sai, ma permettermi di “buttare fuori” a scopo, diciamo, terapico, difatti, il tenere sempre e solo tutto “dentro” mi sta consumando, e credi, non è un modo di dire, ma sta’ accadendo realmente. Mi sento una candela che qualcuno ha pensato bene di accendere e poi se n’è andato, dimenticando del tutto di spegnerla. E’ tu ben sai qual’ è il destino di una candela che resta accesa: può solo sperare in un colpo di vento e/o in una corrente d’aria, per fermare la sua “agonia” che la porta a fine certa.

Dicevo, che ho ricevuto dalla vita il dono ed il privilegio di esserti mamma per ventisette anni: quelli che abbiamo trascorso insieme. La stessa vita, però, – madre e matrigna – ti ha portato via da me: inspiegabilmente, senza se e senza ma, facendoti volatilizzare, come piuma al vento. Da nove anni, esattamente oggi. Lo so, sono solo un terzo del tempo trascorso insieme.

Ma, il fatto è che i primi 27 anni sono passati in un batti baleno. A volte ti guardavo: uomo, bello, alto una volta e mezza più di me (lo so, lo so, ci vuole poco ad essere più alti di me), ma tu avevi proprio esagerato nel superarmi, con il tuo 45 di piede e, mentre ti guardavo, in un secondo, avevo un flashback. Ovvero, quando, dopo che, sfinita da un interminabile travaglio, non appena tu hai visto la luce della vita, ti hanno posato sulla mia pancia ed io, terrorizzata, ho urlato: “prendetelo, prendetelo, che scivola in terra” e poi, a bagnetto fatto e vestito di tutto punto, abbiamo fatto la nostra conoscenza e mai nella vita ho più vissuto un’eguale struggente tenerezza del tuo “essere” ed esserci.

Nove anni, invece, come dicevo, un terzo di quel tempo, ecco che tu dirai, “dai mamma che vuoi che siano, a confronto? Ebbene è proprio questo che devo dirti: sono un tempo incalcolabile da qualsivoglia genio matematico, hai presente la frase di Gesù quando gli apostoli gli chiesero (quando affidò loro il mandato della confessione) Signore, ma quante volte dobbiamo perdonare? E lui rispose: 77 volte 7. Nel suo linguaggio intendeva un numero infinito, proprio senza fine, sino a che chi chiedeva perdono fosse vissuto, anche se avesse chiesto perdono ogni giorno, ogni minuto. Loro avrebbero dovuto sempre e comunque concederglielo.

Ebbene il tempo che tu manchi da me è così: senza fine e senza fine è il dolore, lo struggimento che è esattamente l’opposto di quello che provai la prima volta che ti vidi.

Oggi, per me, la memoria ha il sapore dell’assenza e del silenzio.

Davide da quel 27 luglio, la mia vita è colma di vuoto. Ahimè, tesoro mio, io no possiedo le tue doti di poeta, pertanto non so descriverti cosa significa, non so scriverla la tua assenza, non so farla leggere, so solo sentirla e non c’è equazione algebrica che possa misurarla.

Così come il silenzio che sento, soprattutto la notte. Sai come si dice? Amore mio? Non c’è rumore più assordante del silenzio. Quando il silenzio non lo scegli, per avere pace interiore per ascoltare i fantastici ed ineguagliabili rumori della natura, ma bensì è assordante quando è fatto dall’assenza di chi ami di più al mondo.

Che dirti Davide? Non mi resta che rivolgere la più grande delle preghiere. “Vita, Dio, abbiate pietà di me, Non consegnatemi il mio biglietto di andata, senza ritorno, senza prima avermi detto:

“DOVE E’ DAVIDE !?!

Davide, mio unico ed insostituibile figlio, ti chiedo: prega insieme alla tua mamma e chiedilo anche TU di farmelo sapere.

La mia vita: la tua ATTESA.

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